Tuesday, May 22, 2012

Brunori Sas - Vol. 3 - Amare vuol dire poco dolci

[RECENSIONI DI DISCHI CHE NON SONO ANCORA USCITI]

Brunori Sas - Vol. 3 - Amare vuol dire poco dolci (Picicca Dischi, 2013)

Tra i più promettenti cantautori in circolazione Brunori Sas arriva alla prova del terzo album. Un’italianità musicale genuina, spontanea, sincera, cutugna, autobiografica è ancora protagonista delle canzoni del menestrello cosentino, una scrittura spesso preda dei drammi economici e sociali dei trentenni di oggi come in “L’IMUnare duro” dove Brunori canta “Le uniche imposte/ di cui mi va di parlare/ sono quelle delle finestre/ che chiudo mentre ti spogli”. Un’istantanea di ricordi d’infanzia è invece “Paterno Calabro ‘85” (“Ti ricordi di quando/ per sconfiggere le nostre depressioni / ci bastava una cassa/ di birre Peroni?”) mentre in “Trallalero Trallalà” si vira dalle parti del Graziani più intimo. Non mancano, d’altronde, i momenti più scanzonati come in “La Sagra della Ricotta”, in duetto con Erriquez della Bandabardò, o il divertissement autoreferenziale di “Mari o Monti”, smaliziata narrazione di un ipotetico amore non corrisposto nei confronti del premier (“Tu non capisci la poesia/ sei solo un tecnico”). Ancora una volta, insomma, Dario Brunori incarna quelle voci pronte ad urlare a squarciagola le difficoltà della propria umana condizione, il disappunto, il dolore, l’indignazione ma allo stesso tempo le speranze e i valori mai spenti del verace sentimento nazionalpopolare.
Viva l’Italia! Viva Brunori!

Voto: 8

Saturday, May 5, 2012
Wednesday, April 25, 2012

AA.VV. - Caro amico ti droppo, An Electronic Tribute To Lucio Dalla

[RECENSIONI DI DISCHI CHE NON SONO ANCORA USCITI]

AA.VV. - Caro amico ti droppo, An Electronic Tribute To Lucio Dalla (Virgin, 2014)

Quando ci si trova di fronte a un disco del genere non si può fare a meno di porsi alcune domande: operazione commerciale o reale tributo? Oppure: non sarà che anche il mondo della musica elettronica è stato contagiato da quella tendenza a “musealizzare”, da quel delirio iper-documentale, dall’epidemia di ricordi di cui parla Reynolds in “Retromania”? Ma sopratutto: è davvero possibile che i più rinomati artisti della scena elettronica nazionale ed internazionale riescano a reinterpretare e remiare in maniera credibile le immortali canzoni di Dalla? Ebbene la risposta a tutte queste domande è: smettete di farvele e ascoltate. Sì, perchè già dalla title-track, “Caro amico ti droppo”, reinterpretazione di “L’anno che verrà” del duo Skrillex/Atticus Ross, ci si rende conto di trovarsi di fronte a un’opera monumentale. La voce campionata e iper-filtrata del cantautore sembra, infatti, essere nata su quell’intreccio di bassline e riff-filth a cui Mr. Sonny Moore ci ha abituato e, fra un drop e l’altro, il tramonto delle utopie contenuto nel manifesto di Lucio assume una nuova, scintillante, veste cyberpunk. Agglomerati ritmici alieni, deflagrazioni di tastiere e puslazioni dub, emergono, invece, nello splendido mash-up “Archangel vs Disperato Erotico Stomp” di Burial mentre un James Blake in splendida forma ci regala un affascinante “doppia cover” con “Limit To Your Caruso”, ideale punto di incontro tra Feist, l’electro-soul del producer inglese e il capolavoro del cantautore bolognese. Certo non potevano mancare gli artisti nostrani ed ecco quindi i Bloody Beetroots alle prese con la versione fidget-house di “Balla Balla Ballerino” (“I nostri punti di riferimento sono sempre stati gli Atari Teenage Riot e Lucio Dalla. Ah, e i Beatles.” ha dichiarato Sir Bob Cornelio Rifo), i Crookers con “Voglio Solo Limo-mare”, dove campioni di “Com’è profondo il mare” si incontrano con l’inno electro del quasi omonimo pezzo del duo Phra & Bot e gli echi Portishead-iani degli Aucan che remixano “Attenti al lupo”. Affascinante anche la versione satura di synth di “Piazza Grande” proposta dagli M883, pseudonimo dietro al quale si nascondono Repetto e Pezzali impegnati nel loro nuovo progetto di elettronica colta/shoegaze di recente formazione. Insomma, un vero pastiche di generi e riferimenti culturali che nel suo complesso segna un punto di non ritorno per tutta la produzione musicale futura che vorrà dire qualcosa di nuovo, nonchè un omaggio commovente e dovuto ad un grande artista italiano. Mi chiedo come Rockit si sia fatto scappare un’occasione del genere. Ah, si vocifera che al Coachella del prossimo anno si dovrebbe tenere un duetto tra l’ologramma di Dalla e Bon Iver. Stay tuned.

Voto: 9.5

Saturday, April 21, 2012

Marlene Kuntz – Parole Difficili

[RECENSIONI DI DISCHI CHE NON SONO ANCORA USCITI]

Marlene Kuntz – Parole Difficili (Sony, 2015)

A tre anni da “Canzoni per un figlio” torna la creatura sonica di Cristiano Godano con quello che, per Ondarock, è “l’album della maturità” (maturità che si ripete da almeno sei anni, nemmeno fossero Renzo Bossi). Il disco si apre con l’essenziale “Innanzitutto vi spieghiamo ancora perchè siamo andati a Sanremo” (tematica che viene poi ripresa nella ghost track “Tutto chiaro? Facciamo che ve lo ripetiamo”), lungo spoken word nel quale Godano ripete per 18 minuti “Non siamo snob/volevamo ampliare il nostro pubblico/capito?” mentre Tesio e Bergia tessono inedite trame di feedback e armonici. L’album entra poi nel vivo con “Eristica Favella”, deliziosa nella sua semplicità lirica (“Sacripante e pletorico/ è l’algido alterco/ cataptosi e cnissoregmie/ dei nostri pomeriggi apulotici”) e con “Bareocolimbica” malinconica ballatona acustica sulla fisica dei corpi galleggianti (come suggerisce ovviamente il titolo). Colpi di cristalli, chitarrismo teso e involuto, lavorìo infinito di Marroccolo al basso introducono, invece, la splendida “Prossemica Polemica” una sorta di “Festa Mesta” della mezza età (“In fila alle poste/ mi vedi/ saluti/ mi sputi/ bonifici bancari/ silenziosamente ti dico: schenobatica”) mentre sul finale dell’opera spicca il duetto con Nina Zilli in “Ricoveri mutuali e sexy iarovizzazioni”. Disco atipico e coraggioso senza dubbio ma, in ogni caso, bentornata nervosa e sinuosa Marlene. Voto: 7

Thursday, April 19, 2012 Tuesday, April 17, 2012

Dente - Mai una gioia

[RECENSIONI DI DISCHI CHE NON SONO ANCORA USCITI]

Dente - Mai una gioia (Ghost, 2014)

A tre anni da “Io tra di noi” ancora ironia agrodolce e gusto del calembour in questo nuovo album di Dente, ormai alla soglia degli “anta”. Il disco si apre con la battistiana “Irene s’offre”, agrodolce racconto di una ragazza ben disposta che concede le sue grazie a tutti tranne che al malinconico cantautore (“Irene soffrivi e t’offrivi/ fra i soffritti del fish ‘n’ chips/ a tutti i miei amici/ ed io invece/ me ne restavo a guardare i soffitti/ con un fish tra le mani”). Un arrangiamento tropicaleggiante accompagna, invece, “Angoli acuti”, ballata ironica ed amara dalle metafore argute (“Perdonami/ sono stato ottuso/ ma ti prometto che da oggi/ sarò retto”). Si passa poi ai raffinati giochi di parole e al candore retrò alla Ivan Graziani di “Da Durazzo a ‘sto cazzo” e alla frizzantezza pop di “Tagliamoci le pene” (“Che pena l’invidia del pane” canta Peveri con ammiccante slancio di sagacia). Ma la vera chicca arriva sul finale con “Uccidetemi”, un vero e proprio manifesto di allegria, un inno alla vita che solo Dente poteva regalarci, un’ esplosione di archi e organetti vintage su cui Peveri intona liriche ricercatissime e toccanti (“Sono single/ c’ho il mutuo da pagare/ e mi hanno anche ritirato la patente./ Uccidetemi.”)
Un’ ennesima conferma di come il cantautorato pop italiano possa ancora trovare interpreti brillanti e credibili.
Da avere.

Voto: 7.5

Thursday, April 12, 2012

AA.VV. - 49+1 Special

[RECENSIONI DI DISCHI CHE NON SONO ANCORA USCITI]

AA.VV. - 49+1 Special (Compilation di Rockit, 2013)

Dopo gli 883 l’underground italiano omaggia un’altra leggenda del pop nazionale: i Lùnapop. “Se siete nati tra la fine degli anni 80 e i primi 90 non potrete restare indifferenti. Non è tanto questione di apprezzamento o critica: è osmosi.” recita l’annuncio ufficiale sul portale di musica indipendente.
Apre le danze una stupenda versione strumentale di “Vorrei” eseguita da I Giardini di Mirò, si continua poi con le pulsazioni pasoliniane e la poesia della provincia di “50 Special”, reinterpretata in un’inedita versione electro-pop da parte dei Lo Stato Sociale, per quindi imbattersi in “Se ci sarai” trasfigurata in una cavalcata indie-rock dagli Amari. Un incredibile Teatro Degli Orrori, invece, ci regala una versione quasi dark-wave di “Silvia stai dormendo” e un dolcissimo Colapesce si prodiga nella intimistica “Qualcosa di grande”, per sola voce, chitarra acustica e lacrimoni.
Altro piccolo capolavoro, quasi superiore all’originale, è la sconvolgente versione rap di “Un giorno migliore” dei 99 Posse, un vero e proprio manifesto di denuncia e speranza, che trova nuova energia nella voce di O Zulù.
Probabilmente, però, la vera perla della raccolta è affidata all’inedito trio Bologna Violenta-Godano-Maria Antonietta: una reinterpretazione in chiave post-noise/grind-core/hate-rock di “Le tue parole fanno male” (unica rappresentante della produzione solista di Cremonini), straziante, dilaniata, fra Sartre e i Sonic Youth, il nazionalpopolare come avrebbero potuto concepirlo gli Einsterzunde Neubaten insomma.
Un progetto ardito, dunque, non sempre facilmente digeribile in ogni sua parte ma lodevolissimo, in cui il pop da classifica fa pace con la scena indipendente.
Date a Cesare ciò che è di Cesare.

Voto: 8

Thursday, April 5, 2012

“Mary Luigia Cavriago” - regia di Woody Allen

[RECENSIONI DI FILM CHE NON SONO ANCORA USCITI]

“Mary Luigia Cavriago” - regia di Woody Allen (2014)

A due anni da “To Rome With Love” ancora una volta Woody Allen omaggia l’Italia e ancora una volta, come era stato per New York, Barcellona, Parigi e, appunto, Roma, lo scenario stesso in cui il regista americano sceglie di ambientare la sua storia diventa elemento protagonista della vicenda: nel caso specifico si tratta di Cavriago, ridente comune alle porte di Reggio Emilia.
Mary (interpretata dall’ onnipresente Scarlett Johansson) è una giovane turista americana di buona famiglia che giunge in Emilia Romagna per fare visita a Luigia (un’ ottima Michela Ramazzotti), sua amica italiana conosciuta a una mostra del MoMa qualche anno prima. Le due non hanno problemi economici di sorta (“Siamo schiattate di soldi” dichiara Luigia quando il barista della casa del popolo di Cavriago, un frizzante Nino Frassica, chiede delucidazioni sull’occupazione delle amiche) e passano quindi le loro giornate a dipingere quadri espressionisti sui colli emiliani, bevendo del buon vino e disquisendo dell’ orgasmo clitorideo. Ma un nuovo personaggio farà la sua comparsa gettando scompiglio nella tranquilla quotidianità delle due ragazze: Alfredo, impersonato da un tenebroso Giulio Scarpati, un affascinante muratore di paese, dalla pelle riarsa dal sole e dalla calce, tutto Marlboro rosse ed ormoni, agli antipodi, insomma, della raffinatezza borghese delle due protagoniste femminili. Il triangolo amoroso che scatta dunque verso la metà del film basterebbe di per sé l’acquisto del biglietto ma Allen non si ferma qui e mescola ancora le carte con un artifizio narrativo geniale: Alfredo, Mary e Luigia scopriranno infatti che, magicamente, alle 23.45 di ogni sera vengono trasportati nel passato e, per la precisione, nella Cavriago del 1977. Catapultati in questa nuova dimensione temporale i tre si troveranno a fare i conti con la realtà degli anni di piombo, in un vortice di strani incontri come quello con Rino, fascista nostalgico (Danny de Vito) o Totò, immigrato partenopeo militante di Lotta Continua (uno strabiliante Elio Germano).
Ma questa strana avventura sarà l’occasione per le due amiche di riflettere sul senso della vita, dell’amore e anche di un popò di altre cose profonde.
Fra Fellini e il Romanzo di Formazione, insomma, Woody Allen firma l’ennesimo capolavoro da vedere e rivedere, possibilmente da tenere anche in casa in bella mostra quando uscirà il dvd allegato a L’Espresso.
Grazie Woody.

Voto: 9.5

Tuesday, April 3, 2012

Le Luci Della Centrale Elettrica - Forse la giovinezza è solo questo perenne amare i sensi e non pentirsi

[RECENSIONI DI DISCHI CHE NON SONO ANCORA USCITI]

Le Luci Della Centrale Elettrica - Forse la giovinezza è solo questo perenne amare i sensi e non pentirsi (La Tempesta, 2018)

Sono passati ben 8 anni dall’ ultimo lavoro del cantautore più discusso degli anni zero ma ne è valsa la pena. Post-nichilista, post-post generazione X, post gli anni in cui Ondarock scriveva “blog” in corsivo perchè era ancora una parola quasi esotica, Vasco è diventato adulto e non usa mezzi termini per farcelo capire. Il disco si apre con l’oscuro drone di chitarra di “La presa della Bastiglia tra i banchi dell’Esselunga” su cui Brondi sussurra parole apocalittiche (“E decapiteremo le nostre aspirazioni/ i calamari surgelati/ i giacobini del prendi 3 e paghi 2”) per poi smorzare la tensione nella ballata intimista “Gastronomia operaia” (“I tuoi assorbenti usati/ e i brigatisti ai quattro formaggi/ il presidio permanente/ nelle pizzerie del centro/ e mi dicevi che il nostro/ era un amore democristiano”). Il cantautore ferrarse va poi oltre e continua nella sua missione di destrutturazione della forma-canzone regalandoci una vera e propria opera futurista messa in musica, “Raid aereo sulle nostre manifestazioni interiori”, oltre venti minuti di onomatopee e feedback di chitarra, un po’ Marinetti, un po’ il Lou Reed di Metal Machine Music (“Buuuum ratatatatatata bang bang oh no ratatata boooom” recita Brondi intorno al minuto 13.28). Ma la vera sorpresa è “Mi ci sono voluti quasi dieci anni”: per la prima volta Brondi infila in una canzone un periodo di senso compiuto più lungo di dodici parole e lo sforzo intellettuale compiuto dall’artista per arrivare a tale traguardo (forse l’ermetico titolo si riferisce proprio a questo?) è evidente dalla durata del pezzo, solo 26 secondi.
Insomma, probabilmente siamo di fronte a una vera e propria pietra miliare della musica italiana la cui portata storica e artistica sarà chiara solo tra qualche anno.
Capolavoro.

Voto: 9

Monday, April 2, 2012

Il Teatro Degli Orrori - Hic Sunt Leones

[RECENSIONI DI DISCHI CHE NON SONO ANCORA USCITI]

Il Teatro Degli Orrori - Hic Sunt Leones (La Tempesta, 2015)

Sono passati tre anni dall’ uscita di “Il Mondo Nuovo” ma Capovilla e soci sembrano non aver placato la fame di concept album. Se il tema portante del precedente lavoro era l’immigrazione stavolta il sipario si apre su una delle ferite più antiche e allo stesso tempo più attuali della storia del Bel Paese: la questione meridionale. Il giogo della malavita organizzata indagato con indubbio acume lirico (“La mafia non è/ pizzini e cicoria/ è importante che ognuno/ faccia qualcosa” nel talking à-la Gaber di “Camorristi si nasce”) e la battaglia contro gli onnipresenti stereotipi (“Mi chiamavi terrone ignorante/ ma leggevo Majakovskij/ alla fermata del tram” recita Capovilla in “Le apparenze ingannano”) i cardini attorno a cui ruota l’opera. Non mancano, d’altronde, i richiami alla letteratura (“Cambiare tutto/ per non cambiare niente/ in coda sulla Salerno-Reggio Calabria” in “Gattopardo”) e i momenti più intimisti (“Bevo un caffè/ fumo una sigaretta/ penso a te” cantano in “Pensieri profondi”).
Un disco mai banale, di distacco e protesta, un mix di rabbia e armonia che conferma il Teatro degli Orrori come la realtà più interessante e stimolante dell’odierno panorama alternative-rock italiano.

Voto: 8